Arrivare a Saturnia è già di per sé un viaggio nello spazio e nel tempo. La strada che conduce al paese sale dolcemente tra campi e oliveti silenziosi, dove la natura conserva ancora atmosfere antiche. Gli ultimi tornanti, ombreggiati da alberi secolari, conducono al colle del Marruchetone, cinta muraria che in parte conserva l'impronta dell'antica architettura poligonale.
Si entra nel borgo attraverso via Aurinia — omaggio al nome pliniano di Saturnia — e ci si ritrova subito nella vasta piazza Vittorio Veneto. Oggi cuore pulsante della vita cittadina, un tempo questo spazio era desolato, come racconta Nicolosi agli inizi del Novecento ne La Montagna Maremmana: poche case sparse, un campanile isolato, un silenzio quasi cimiteriale.
L'aspetto di Saturnia è dei più impressionanti e di una terribile bellezza. Nella conca pianeggiante uno smisurato masso di travertino roccioso e dirupato si insinua come un formidabile cuneo tra l'Albegna e la Stellata. I rovi e gli arbusti selvaggi gli fanno una folta cintura di verde: in alto dei massi ciclopici e nudi e degli avanzi di mura guerriere lo coronano in un disordine di cataclisma… Il silenzio è vasto e profondo. Maggio soltanto fa cinguettare gli uccelli nel fitto della macchia, poi col crescere del sole e l'arroventarsi della pietra anche quel canto scema, si perde in un sommesso bisbiglio, cade del tutto, affogato nel silenzio opprimente. Tutto intorno è montagna e solitudine.
Nicolosi
Gli fa eco ancora Alfio Cavoli, quando scrive:
Qui, nel seno di roccia, aduggiati dopo il meriggio dalla rupe, vecchi olivi contorti effondono un senso di arcaica quiete; qui l'adunca e lancinante marruca si accompagna al vaporoso asparago selvatico per conferire all'ambiente un sapore aspro di Maremma; qui, esaltati alla vista dalle dimensioni e dal colore del masso calcareo, commisti alle pietre grigie della quattrocentesca fortificazione senese, spiccano i blocchi poligonali che antichi popoli sistemarono sull'orlo della vasta mensola di travertino a difesa della città.
Alfio Cavoli

Piazza Vittorio Veneto
Nella piazza spiccano due monumenti principali: il Monumento ai Caduti della Grande Guerra (1915-1918) e la suggestiva fontana della Felicina, opera bronzea dello scultore Arnaldo Mazzanti, che raffigura una ninfa intenta a bagnarsi. Vi si trovano anche numerosi cippi romani, provenienti da località vicine come Fonte Nuova, Pancotta e Sterpeti, molti dei quali recano iscrizioni funerarie che testimoniano la presenza di una comunità fiorente già in epoca romana.
Palazzo Ximenes-Panciatici e il Ristorante "Due Cippi"
Una vera sorpresa è emersa durante i lavori di sistemazione della piazza, proprio davanti al Ristorante "Due Cippi", situato al piano terra dell'antico Palazzo Ximenes-Panciatici: i resti di un edificio termale romano, tra cui spicca un pregevole mosaico raffigurante un delfino e un cavallo intrecciati in un'elegante danza acquatica.
I due cippi a cui il ristorante deve il nome raccontano storie di uomini illustri: quello a sinistra dell'ingresso commemorava C. Didio Saturnino, centurione di prestigio, insignito di onorificenze militari da Lucio Vero e Marco Aurelio, e patrono dei Saturnini; l'altro, sulla destra, era dedicato a Sesto Mecio Marcello, duoviro quinquennale e benefattore del pagus Lucrezio, che operò con dedizione per la comunità.
Da un vicino muretto si può scorgere, immersa nella campagna, la suggestiva rovina della chiesa di San Biagio: lì si estendeva in epoca romana la città con il suo reticolato ordinato di vie e insulae. Sul retro della piazza, alle spalle del Monumento ai Caduti, sono visibili i resti di edifici rinascimentali rinvenuti durante gli scavi del 1980, diretti da Maurizio Michelucci.

Il Polo Aldi
In un angolo della piazza si trova il Polo Aldi, che custodisce una preziosa collezione di opere di Pietro Aldi (1852–1888), noto come il "Pittore di Storia". Aldi, originario di Manciano, espresse il meglio del suo talento in affreschi di grande respiro storico, come L'incontro di Teano o Vittorio Emanuele che rifiuta i patti di Radetzky, eseguiti nel Palazzo Pubblico di Siena.
Fra le 43 opere esposte si annoverano dipinti storici, ritratti e studi, fra cui Natura morta con pelliccia e liuto, Interno di San Marco a Venezia, Ritratto di Maria Maddalena Ciacci, Veduta romana, fino ad arrivare all'autoritratto dell'artista. Aldi, formatosi tra Venezia, Firenze e Roma, fu celebrato già in vita: nel 1878 ottenne grande successo all'Esposizione di piazza del Popolo con Buoso da Doara, e la sua fama raggiunse il culmine con Le ultime ore della libertà senese, esposto con onore in Campidoglio. Morì troppo presto, nel 1888, lasciando incompiuto Il convito di Nerone, pensato per l'Esposizione di Parigi del 1889.

Le vie del centro storico
La visita all'abitato può proseguire inoltrandosi nelle vie retrostanti il Palazzo Ximenes-Panciatici — via dell'Ambito, via Aldobrandeschi e via Ciacci — ognuna delle quali racconta un frammento della storia locale. In via dell'Ambito si trova una casa che risale alla colonizzazione romagnola del 1461; in via Aldobrandeschi, secondo Antonio Minto, si conservano i resti di un edificio pubblico forse etrusco; in via Ciacci, una targa ricorda Bernardino Ciacci, il "Padre di Saturnia" (1818–1897).
La Chiesa di Santa Maria Maddalena e il dipinto quattrocentesco
A pochi passi da Porta Romana si trova la Chiesa di Santa Maria Maddalena (1932), custode di un prezioso dipinto del Quattrocento: una Madonna col Bambino tra San Sebastiano e Santa Maria, attribuita a Benvenuto di Giovanni. Si tratta di una preziosa tavola di scuola senese, vibrante di luce e colore, e di un fascino che richiama un gusto "neotrecentesco", come lo definì Enzo Carli.

Un'opera rara, oggi protetta da una cancellata e visibile su richiesta al parroco. In origine si trovava nella chiesetta della Madonna delle Nevi, poco fuori dalle mura storiche. Poco distante, nella sede della Cassa Rurale, è esposto anche un frammento di bassorilievo raffigurante una scena conviviale.

Palazzo Ciacci
Non distante sorge Palazzo Ciacci, costruito nel 1929 sulle rovine della rocca senese e su un antico castellum aquarum romano. Oggi l'edificio si affaccia con imponenza sulla vallata, tra resti di murature antiche, condotte idriche ricostruite e un piccolo giardino che custodisce un'importante raccolta epigrafica.

Porta Romana, le mura etrusche e la Via Clodia
Nei pressi del cassero si apre un angolo affascinante, con la Porta Romana, le mura etrusche in blocchi poligonali e un tratto dell'antica Via Clodia. Saturnia è infatti attraversata da questo asse viario romano che univa Roma all'entroterra etrusco: tratti del basolato originario sono ancora ben visibili, e percorrendoli si può immaginare il passaggio di legioni e mercanti di duemila anni fa.
Secondo Pericle Ducati e Aldo Mazzolai, la strada attraversava l'interno dell'Etruria, passando per Saturnia, Roselle, Vetulonia, fino a confluire nella via Aurelia. Il tracciato, conservatosi per due millenni, si diramava anche verso Sovana e Roselle, toccando località come Poggio Murella, Murci e Montorgiali, attraverso borghi e paesaggi oggi ancora percorribili, dove le pietre antiche conservano le tracce di carri e viandanti di ogni epoca.

L'Apparitoio, la terrazza sulle terme
Dopo aver ammirato la Porta Romana, si può imboccare via dell'Apparitoio — così detta per l'ampio panorama verso le terme — e raggiungere il suggestivo "Apparitoio", una terrazza naturale da cui si apre una vista incantevole sulla valle delle Terme di Saturnia. Da qui si scorgono il Gorello, il torrente Stellata e il fiume Albegna, incorniciati da un paesaggio ancora intatto. In inverno, le esalazioni delle acque termali creano un'atmosfera quasi onirica.

Porta dell'Inferno, le mura del Marruchetone e Porta Fiorentina
Proseguendo si scende per una strada tagliata nella roccia calcarea fino alla Porta dell'Inferno (o di Fonte Cenciola), scoperta nel 1882, che faceva parte della cinta muraria etrusca. Tornando verso il centro per via Italia, si giunge nuovamente alle mura del Marruchetone, visibili soprattutto all'esterno. Poco oltre, Porta Fiorentina segna l'antico accesso verso Semproniano e la valle dell'Albegna.

Le cinque porte di Saturnia
Di porte Saturnia ne ha, o ne ha avute, cinque: Porta Romana, a mezzogiorno, proprio sotto il castello Ciacci; Porta di Fonte Buia a settentrione; Porta Fiorentina a levante, da cui una strada si allunga diramandosi verso Semproniano e Sovana; la quarta a ponente nei pressi delle rovine della chiesa di San Biagio; infine una quinta porta, supposta dal Pasqui, non lontano dall'oliveto del Marruchetone, chiamata Porta di Fonte Cenciola o dell'Inferno.

Dalle cinque porte scendevano altrettante strade nella vallata circostante e si irradiavano nel territorio alla volta dei centri vicini: Sovana, Statonia, Castro, Vulci, Heba, Ghiaccio Forte, Caletra.

Il Bagno secco
Per completare la visita è necessario tornare verso il centro del paese: percorrendo via Mazzini si incontra il cosiddetto Bagno secco, probabilmente una cisterna scavata nel travertino, collegata tramite condutture in piombo al castellum aquarum.
Se ci si ferma nei paraggi e si tende bene l'orecchio, quando il vento soffia nella giusta direzione, pare quasi di sentire ancora il suono dell'Olifante: anche la leggenda di Orlando, che attraversa l'Italia intera, ha toccato Saturnia proprio qui.
Saturnia, con il suo volto sereno e ordinato, si presenta distesa nel vasto pianoro racchiuso dalle antiche mura. Le case in travertino, sobrie e dignitose, si allineano lungo spazi pubblici ampi, conferendo al paese un senso di ariosità e comfort che ne amplifica la bellezza naturale. Qui, tra vicoli tranquilli e piazze spaziose, il paese respira un'atmosfera accogliente e calda, dove il tempo sembra scorrere con maggiore lentezza, preservando il legame tra passato e presente.
